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Il
Teatro Paulo Claro, Un Giorno
Jorge Silva Melo
C'è chi pensa che un certo teatro contemporaneo ha avuto inizio
nel 1956 con "Look Back In Anger" di John Osborne. Il repertorio
e l'elenco degli Autori che abbiamo rappresentato negli ultimi due anni
e mezzo a CAPITAL deve molto al gesto fondatore di programmare questa
pièce di uno sconosciuto e di farla mettere in scena da un giovanissimo
Tony Richardson. A averne il coraggio è stato George Devine, nell'
English Stage Company istallata al Royal Court Theatre di Londra. Indipendentemente
dal giudizio che si abbia della pièce di Osborne, é stato
"guardando indietro con rabbia" che tutto questo é cominciato.
E se abbiamo presentato a CAPITAL testi di Jon Fosse, Sarah Kane, David
Harrower, David Greig, Arne Sierens, Heiner Müller, Bertolt Brecht,
José Maria Vieira Mendes, Stephen Greenhorn, Harold Pinter, Samuel
Beckett, Xavier Durringer, Spiro Scimone, Duncan McLean, Judith Herzberg,
Don Duyns, Karst Woudstra, Gregory Motton, Francisco Luís Parreira,
Gerardjan Rijnders, Gonçalo M. Tavares, Mark O´Rowe, Brian
Friel o Athol Fugard è perché vogliamo prendere in eredità
da George Devine le parole fondatrici: "É un bisogno urgente
del nostro teatro scoprire uno stile contemporaneo dove l'azione drammatica,
il dialogo, la rappresentazione e la scenografia si coniughino per creare
un teatro moderno. Grandi sforzi sono stati fatti in rapporto agli autori
del passato, nessun'attenzione é stata fatta al futuro. Questo
sarà un teatro dove saranno mostrati tutti gli sperimentalisti
dell'arte moderna. Da Büchner a Pirandello, Strindberg, Wedekind,
Cromelinck, Giraudoux, O'Casey, Lorca, Brecht e così via. Tutti
loro sono scrittori coraggiosi, intransigenti, le sue opere sono stimolanti,
provocatorie e entusiasmanti. Appartengono ad un vivo teatro moderno dell'esperienza
dove l'intenzione molte volte è importante quanto il risultato."
(1956)
Ma non voglio "guardare indietro con rabbia".
Non voglio sapere perché abbiamo passato tanti mesi a discutere
con l'attuale Assessorato alla Cultura dei lavori "chirurgici"
e immediati se, alla fine, la decisione doveva essere ben diversa ed affrettata.
Non voglio sapere perché ci riunivamo a CAPITAL a giugno con il
Direttore Generale del Ministero della Cultura e l'Assessore del Comune
per sapere se il montante ora speso sarebbe stato, o no, recuperabile.
Non voglio sapere perché, in una lettera del Ministero della Cultura
del 23 Agosto, mi si dice che "si prenderanno contatti con il Comune
di Lisbona allo scopo di sollecitare che quell' amministrazione torni
possibili i lavori di conservazione (...) necessari alla realizzazione
delle attività di quella produttrice."
Non voglio sapere perché (essendo il Ministero della Cultura a
conoscenza del fatto, e avendo detto, fino al 2002 e per più di
una volta, di essere sua intenzione sopportare quelle spese che, erano
d'accordo, oltrepassavano la nostra attività, e avendo anche, già
con l'attuale gabinetto, cominciato a analizzare questo processo con il
Comune di Lisbona) abbiamo rafforzato le porte, abbiamo pulito le grondaie,
abbiamo tappato ingressi fino ad allora utilizzati da marginali, abbiamo
risolto gran parte dei problemi di infiltrazione, abbiamo istallato un
sistema di sicurezza antifurto, abbiamo messo serrature alle porte, abbiamo
stasato i bagni, abbiamo svuotato con le nostre mani più della
metà dei rifiuti che si trovavano nel palazzo di Rua do Norte,
abbiamo rimesso i vetri rotti durante un temporale a Ottobre scorso, abbiamo
pagato i danni causati dalla caduta di quei vetri.
Non voglio sapere
perché ho riunito preventivi che mi sono stati chiesti d'urgenza
dal Ministero di Augusto Santos Silva verso la fine del 2001 e perché
anche il 16 agosto mi sono stati chiesti, questa volta con un'autorizzazione
superiore, nuovi preventivi per interventi più profondi sul tetto.
Non voglio sapere perché abbiamo presentato a quattro gabinetti
successivi del Ministero della Cultura un piano dei lavori immediati,
di cui ci hanno affermato che avrebbe avuto risposta e che sarebbe immediata.
Non voglio sapere perché mi è stato chiesto nel Comune,
il 14 agosto, una riunione che dovrebbe essere fissata con urgenza con
l'architetto Pedro Maurício Borges per discutere i punti centrali
di un intervento imminente che andasse all'incontro del futuro intervento
previsto.
Non voglio sapere perché alla mia domanda "devo continuare
a programmare a CAPITAL in queste condizioni?" la risposta è
sempre stata affermativa, sia dal Comune di Lisbona, sia dal Ministero,
sia dall'Istituto Portoghese delle Arti e degli Spettacoli e, meno di
tre mesi fa, ho fatto di nuovo la domanda alla Direttoria Generale chiedendo
una risposta veloce.
Non voglio sapere perché il Teatro Taborda (che appartiene al Comune)
non ha accettato le mie proposte per l'anno 2002, affermando (sic) che
io disponevo di "uno spazio proprio per la presentazione".
Non voglio sapere perché dal 22 Aprile (essendone il Ministero
e il Comune a conoscenza) decorreva il processo di licenziamento definitivo
dello spazio, come si può leggere in documento dell'IGAC del 7
maggio.
Non voglio sapere perché il 29 Agosto, alla stessa ora in cui la
Polizia chiudeva l'edificio, mi trovavo con l'Assessore alla Cultura e
il Responsabile dei Beni Culturale discutendo la distribuzione delle fasi
di progressiva uscita da CAPITAL, del cui sgombero immediato non sono
mai stato avvertito, essendo io il socio-gestore della ditta.
Non voglio sapere perché il Sindaco, il 4 Luglio, giorno in cui
ha visitato A CAPITAL, ha chiuso la visita stringendomi la mano e facendomi
i "complimenti".
Non voglio sapere.
Perché non voglio "guardare indietro con rabbia".
"Prendersi cura dei vivi e sotterrare i morti" avrebbe detto
il Marchese di Pombal dopo il Terremoto del 1755, lemma celebrato in un
pomposo quadro che esiste nel Comune e che ancora oggi ci dovrebbe orientare.
Sì, ci prenderemmo cura dei vivi.
E sotterreremmo i morti e le sue carte complicate.
Questo ho accordato con l'Assessore all'Urbanesimo, Eduarda Napoleão,
e questo mi aspetto da parte sua.
Sì, andremmo tre mesi a Lisbona Est.
Sì, c'istalleremmo nelle antiche OGMEE a Lisbona Ocidentale.
Sì, cercheremmo di presentare gli spettacoli in altri palchi.
Sì, cercheremmo di realizzare una programmazione che ci rende orgogliosi.
Sì, cercheremmo di stare con gli spettatori che ci danno affetto.
Sì, cercheremmo di trattare con le banche il montante che ci manca.
Sì, firmeremmo un accordo di utilizzazione dello spazio di Lisbona
Est come ci è stato promesso il 6 settembre.
Sì, firmeremmo un accordo di utilizzazione temporanea delle OGMEE
Lisbona Ocidentale, come ci hanno promesso il 5 settembre.
Sì, cercheremmo di corrispondere all'amicizia delle centinaia di
persone che firmano una sottoscrizione perplessa al Sindaco.
Sì, cercheremmo di corrispondere alle attese che ci sono comunicate
da nomi fondamentali della cultura europea che si uniscono a noi.
Sì, continueremmo.
No, non molleremmo.
C'è un romanzo americano, molto vecchio, che in un giorno del 1965,
quando eravamo molto giovani, abbiamo scoperto. É un romanzo del
1929 scritto da Thomas Wolfe e il titolo inglese è "Look Homeward,
Angel".
E, leggeri come angeli, andando da Lisbona Est al Comune, da Lisbona Ovest
a CAPITAL a Bairro Alto, dal Comune al Centro Culturale di Belém,
senza averi, imponderabili come uccelli in migrazione, con quella leggerezza
sulla quale, guardando il cielo, in un tardo pomeriggio, Sophia de Mello
Breyner mi ha chiamato l'attenzione ("guardi, ha visto gli uccelli,
vanno così lontano e non si portano niente... mentre noi abbiamo
bisogno di macchine e macchine solo per andare in Algarve"), andremmo,
vacillanti, a risolvere quello che ci sarà da salvare dell'amicizia
e del teatro.
Ma guarderemmo sempre verso la nostra casa, quell'edificio rovinato nella
Rua do Diário de Notícias a Bairro Alto.
É in quella casa che vogliamo:
1. costruire un Centro delle Arti che riunisca artisti dalle più
diverse arti con zone di lavoro e zone di presentazione al pubblico;
2. costruire le basi per un repertorio contemporaneo da cui il teatro
portoghese é lontano in questi giorni
3. costruire un posto dove agli attori non sia interdetto l'accesso alla
produzione;
4. costruire un posto dove lo spettatore possa essere ugualmente interessato
"nell'intenzione e nel risultato";
5. costruire un posto nuovo, una collaborazione fra il Ministero e il
Comune, con capitolato d'oneri, nomina di direzioni per tre anni attraverso
concorsi, gestione comune e conti puliti;
6. costruire un Teatro degli Autori nella sua forma più moderna.
Dove gli attori non siano limitati alla funzione di semplici interpreti;
7. lavorare e vivere.
É questa la Casa verso la quale, vigilanti, guarderemmo, la casa
cui un giorno, e cito Racine ("dans un mois, dans un an"), torneremmo
per darle il nome del nostro angelo, quando, definitivamente, gli daremmo
il nome del più caro dei nostri attori che la morte ha già
portato via e lo chiameremmo TEATRO PAULO CLARO.
Jorge Silva Melo
12 Settembre 2002
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